Black Mirror è una delle serie TV più originali degli ultimi anni — e anche una delle più difficili da consigliare senza qualche avvertimento. Britannica, antologica, arrivata alla terza stagione su Netflix con episodi autoconclusivi, è basata su possibili futuri in cui una tecnologia o tendenza della nostra società viene portata al suo limite estremo. Quello che ne risulta è spesso disturbante, sempre stimolante.
Il formato antologico
Ogni episodio di Black Mirror è una storia completamente autonoma: personaggi diversi, ambientazioni diverse, tecnologie diverse. Non c’è una narrativa continuativa da seguire — si può iniziare da qualsiasi punto. Questo la rende anche molto rigiocabile: ogni episodio è un film a sé, con il suo ritmo, il suo genere (thriller, dramma, commedia nera) e il suo livello di brutalità emotiva.
Di cosa parla
Immaginate un mondo in cui grazie alla tecnologia potete vedere e rivedere non solo alcuni ma tutti i vostri ricordi, senza dimenticare mai nulla. Oppure un mondo in cui i privilegi sociali delle persone dipendono dai “like” ricevuti in un immenso social network pervasivo. O ancora un mondo in cui è possibile caricare la mente di una persona defunta su un supporto digitale.
Questi e molti altri scenari sono i protagonisti di Black Mirror — incubi su futuri possibili che ricordano un po’ Ai confini della realtà, ma in chiave più tecnologica, più grottesca e spesso più sinistra.
Perché guardarla
Black Mirror funziona perché non parla di futuro remoto: parla di adesso, esagerato di quel tanto che basta per renderlo riconoscibile. Ogni episodio prende qualcosa che già esiste — i social media, la sorveglianza, la dipendenza dagli schermi, l’immortalità digitale — e lo porta alle sue conseguenze logiche estreme. Siete avvertiti: a volte resterete un po’ turbati. Altre volte vi troverete a riflettere sul mondo in cui già viviamo guardando fuori dalla finestra.
Assolutamente consigliata — soprattutto se vi piacciono le serie che fanno lavorare la testa.









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