Westworld: La Fantascienza Torna al Far West

Ho già scritto più di una volta di quanto mi piacciano le contaminazioni di genere — vero sinonimo del fatto che certe storie hanno ancora qualcosa da dire. Mai come in questo Westworld ne abbiamo la riprova.

L’idea: da Michael Crichton alla HBO

Da un film del 1973 scritto e diretto da Michael Crichton arriva l’idea di un parco divertimenti enorme per ricchi, dove è possibile vivere esperienze del selvaggio west. Al posto di attori e figuranti, il parco è pieno di androidi — i cosiddetti “residenti” — macchine tanto simili agli esseri umani da poter essere confuse con essi.

I residenti vivono le loro vite in modo automatico ma possono “improvvisare” — applicare comportamenti nuovi a situazioni impreviste. I visitatori si inseriscono nelle narrazioni precostituite modificandole. Ad ogni ciclo, tutto riprende da capo: residenti riparati e rimessi nei loro punti di partenza. Fino a quando qualcosa non comincia ad andare diversamente dal previsto.

Il cast e la regia

L’idea del parco fuori controllo era già cara a Crichton ancora prima dei dinosauri di Jurassic Park. Ma ad un’idea buona va associato un cast all’altezza: Anthony Hopkins in testa, nei panni del creatore del parco, con una presenza scenica magnetica. Seguito da Ed Harris nel ruolo dell’enigmatico ospite dall’abito nero, un personaggio che ricorda da vicino l’archetipo del pistolero senza nome caro al cinema western classico. Evan Rachel Wood, Thandiwe Newton e Jeffrey Wright completano un cast di raro spessore per una serie televisiva.

Perché guardarla

Westworld non è solo fantascienza: è una riflessione sulla coscienza, sul libero arbitrio, sulla natura della memoria e sull’identità. Il ritmo è eccellente, gli intrecci narrativi si incontrano al momento giusto, e il finale di prima stagione è uno di quelli che fanno dispiacere di esserci arrivati — nel senso migliore del termine. La serie è stata confermata per più stagioni; la prima rimane la più riuscita.